C’era tanta luce nella luce e non riflessi di respiri
Eugenio Vitali
29/07/2002
C’era tanta luce nella luce e non riflessi di respiri tanta pioggia scendeva dalla pioggia, ma non c’era acqua per una scialuppa sopra il mare, tanto cielo nel cielo da oscurare il sole con le stelle. C’era il prima e il dopo della conoscenza: vita nella vita, ma era presente solo quello che mancava, tante radici sulla terra che culminavano con il tempio delle rondini, e lo sparo era il suono che restava.
C’era anche la nostra casa sempre aperta da non vedere più la porta per entrare e fu il fragore di una assenza per essere lontani da una pace e far sentire muto l’uragano
2001, siamo alla schiuma del vento e
2001, siamo alla schiuma del vento e da questa soglia non seguono numerazioni. Pensavamo d’essere cresciuti, maturati, di avere abbandonato per sempre il wincheaster che tramava solo orme di deliri, di avere preso quella corsa che portava sempre a casa, costruita la nostra gioia nelle falde dell’amore: fermato per sempre il rigetto di Caino. Si credeva di avere energie nuove, altre fiamme per riscaldare la nostra mente, guardare in volto ad ogni figlio con gli occhi di un grande sole, scardinare dalla terra l’ombelico di Adamo. Finalmente si pensava di avere un’unica bandiera, come le onde del mare che portano in superficie le spighe degli abissi, che l’orologio del tempo restasse fonte solo del respiro, e la morte, sempre presente nella vita, non fosse più viva nella guerra. Si credeva di avere disteso nel nostro sguardo spazi di orizzonti da pensare durature rugiade di campane; crederci persone coraggiose per avere preso il largo con la sicurezza dello squalo. Così non è stato, con la voce della terra che grida “assassini”, usata da una morte che non si può chiamare più voragine di guerra.
Si pensava, dopo millenni di esilio, dentro il cuore, di avere cancellato in noi le sembianze di un Erode, di essere culmine di una leggenda per avere distolta l’ortica dalle mani, di avere pupilla luminosa tanto da estendere al cielo la potenza delle stelle, di non inciampare più nei nostri piedi nudi che seminano ancora freddo all’ alba dell’estate.