Da luce azzurra e da una terra fonda di misteri accuditi, maternamente effusa negli abbracci, senza parere fui miele al mondo, fui pensiero in fiore, superbo dei respiri dogni cosa che mi toccasse, sempre troppo urgenti per non essere miei, tutti gli orizzonti della quiete sognata, poi la caduta nel peccato di vivere (ancorché vita non mi piegasse) se non vidi chiaro desser divino, contagiato al punto da cercare lamore. Chi avrebbe detto che per capire quanto pur si sapeva bisognava morire.
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Ho pensieri più grandi, più duri e asciutti, non colano, e son pochi, da non sembrare che evidenze da nulla, ma finalmente mi fanno simile al mio gatto in tèma di poltrona e di sole. Me lha portati il cuore, messo a prova dagli amori sconnessi, dalle parole franate ovunque, e avrei trovato il modo di andarmene da solo se non fosse quel difetto del sangue.
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Non so se il corpo, tanto desiderato a costruire, mi farà uno sconto sulla scadenza sua e di quelle cose che gli son proprie e paiono così eterne, così infinite, così forti e invece neppure è certo esistano: di cuore io sono andato via e non riuscirete a ritrovarmi dietro a quel sopraggiunto nella vostra allegria.
ultimo aggiornamento: domenica 21 luglio 2002 18.38.16