Una fontana; e dove? Oh, al più il tino spumoso di viola in altri tempi, dove, prima timida, poi sempre più audace si potesse spogliare la ragazza qui giunta d’altri luoghi, rossa in volto fra i grappoli e più ancora molli fianchi e le mammelle colme e il pube della porpora festosa. L’immagine così pallida, invece, in questa lunga erba, fra i bassi alberi e nel biancore il tremito di nuvole brevi, se la attraversano: se gli occhi chiudi, più non la riconosci se non come un inverno fumoso, la sera che non è davvero nata, si sigilla la stanza, nulla dice la lampada che è vacua, inerte, e trema un poco il corpo per il freddo in questa infinita incertezza di stagione che non è attesa ancora della vita e neppure la pace della morte, se più lontano vedi nella piazza invetriata le ninfe con le membra fatte d’argento, più non trema l’acqua
o appena ne esce un filo o cade lenta una goccia, soltanto dura il desiderio immaginato (ma è già tanto, infinito).