pagine sotto il vento e com’è leggero il vento mentre disperde voci strappate dai giornali che trasportano morti inascoltati grida d’inchiostro inerme come bambini
Nessun uccello mai potrà sorvolare un’esplosione Nessun albero mai potrà essere piantato su una bomba Nessun’idea mai potrà vivere su dei cadaveri Nessuna malta mai potrà essere impastata col sangue Nessun figlio mai potrà nascere da un morto Nessuna cultura mai potrà impugnare un’arma Nessuna parola mai potrà essere ascoltata da un assassino Nessun padrone mai potrà essere trascurato da un poliziotto Nessuna libertà mai potrà essere raccontata da un militare Nessuna pace mai potrà essere cantata in una caserma Nessun poema mai potrà cantare uno Stato Nessuna parola d’amore mai potrà essere pronunciata in nome di un dio assoluto
Nessun uccello mai potrà sorvolare un’esplosione
il silenzio che precede l’esplosione non è lo stesso dopo
una falce affilata un lampo qualcosa di agghiacciante
acqua che scorre silenziosa e fredda per trascinare i nomi di quei morti qualunque neanche traghettati perché anche Caronte è occidentale e trasporta soltanto i morti della NATO
il dopo è una finestra spalancata di nuovo sul silenzio
e se non resta altro vi venderete anche quel silenzio
e forse ci scappa un buon affare
Nessun albero mai potrà essere piantato su una bomba
dicono che gli sposi chiedessero dall’alto una benedizione
dal cielo li ha sentiti solo il volo solenne dei B52
che venivano a bere attirati dal sangue
e in basso bombe con leggerezza angelica scese al di qua della democrazia
la negazione del domani squarciato anche nell’ombra che l’albero afghano getta sul matrimonio del contadino che finalmente ha imparato la lezione:
non pianterà più alberi
Nessun’idea mai potrà vivere su dei cadaveri
così come forma esemplare di un’idea dall’altra parte restano fantasmi di domande e morti senza tombe
e resta solo ciò che non fiorisce e sotto solo sabbia
e ancora bisogna risalire la paura
Nessuna malta mai potrà essere impastata col sangue
il vostro maledetto oleodotto di morte i pozzi che sgorgheranno morti impastati al petrolio
ecco le condizioni per difendere la normalità dello schema fissato che stringe circostanze di una rotta qualunque purché prudente o al più una pallida tensione
pozzo d’angoscia che il suo senso di colpa vomita insieme all’eccesso di cibo
Nessun figlio mai potrà nascere da un morto
corpi inattivi larve obese e pigre apparenze di vita inceppate in un noioso labirinto di agiati e fastidiosi contrattempi
quanto fastidio
il fastidio purtroppo sempre vive dove il diverso partorisce il suo diverso ma insiste e batte e batte insonne con accuse d’indomabile ansia d’impotenza
Nessuna cultura mai potrà impugnare un’arma
sempre la cerimonia si ripete e ogni volta si misura la sciagura
e cresce l’offesa della storia che mastica solo le apparenze ingoiandone la normalità mentre la storia non è la nostra storia
vai nelle strade guarda è la nostra giustizia
ora la pace è stabile e voi siete al riparo nella periferia fra bene e male ascoltando la guerra e guardando la morte
intanto andate nella vita comunque per vedere gli sconfitti
i vostri giorni sono tutti uguali
Nessuna parola mai potrà essere ascoltata da un assassino
ma il nostro canto vive
e ogni giorno dispone gli orizzonti e le stelle nel cielo
e per non far tacere la parola affronta il desiderio irresistibile che ci rimane accanto perfino nell’assenza colorando l’errore perché bellezza e amore esistono
e dell’amore esiste la bellezza e l’errore
e dell’errore amiamo la bellezza
Nessun padrone mai potrà essere trascurato da un poliziotto
mentono come automi perché gli hanno detto di mentire perché è così mentendo che ci si riconosce e si marcia compatti in posa da combattimento
ormai ci stiamo abituando
frenetica orchestra di parole infamità sirene
se si mostrano vittime lo spettacolo ha sicuro successo
Nessuna libertà mai potrà essere raccontata da un militare
uno schermo ci indica i confini della felicità automatica che vende consenso a caro prezzo e garantisce prolifica ignoranza
nel messaggio c’è sangue e sempre nuovi nomi della disperazione
il nulla che ci rimbomba nelle orecchie contende le vittime alla morte per una esibizione sempre più sorprendente
questo teatro vuole più spettatori e saranno più ricchi e per saziarsi uccideranno ancora
Nessuna pace mai potrà essere cantata in una caserma
schierano i carri armati e sentinelle a sorvegliare le utopie che ci hanno sostenuto
cento soldati eretti ne bloccano l’accesso in attesa del colpo da sferrare sui sogni e le passioni rosse di verità
sono giovani denti le speranze
le sagome su cui prendere la mira
Nessun poema mai potrà cantare uno Stato
attento all’ispirato dalle muse
qui non importa avere belle ispirazioni non si vede poesia né luminosità qui niente nessun ritmo che possa mantenere la dignità di queste urla accese
etimi che mi sostengono la testa quando è impossibile essere parole
io non ti chiedo scusa se qui sputo poesia assordante di fame e d’angoscia
Nessuna parola d’amore mai potrà essere pronunciata in nome di un dio assoluto
l’amore è un dio pelleossuto abbandonato deformato di guerre che ormai scava nell’ansia tra macerie di dubbi per sottrarre all’inferno un’illusione
da tempo aspettavamo la rivelazione la verità che riceviamo dagli schermi
ora i liberatori ci porteranno un dio con la realtà già programmata
è certamente cosa buona e giusta:
non abbiamo mai visto verità senza un intermediario
Cosa dirò ai bambini dell’embargo? Che cosa canterò se urteranno i proiettili? O cosa fra vent’anni, quando i sopravvissuti incontreranno ancora quelle stesse bombe (vent’anni prima, per fortuna, inesplose)? Potremmo dirgli che le ha mandate un dio. E raccontare di mitici scontri fra gli dei. Il più potente aveva molti servi. E molte armi. E le diede anche agli altri per poterci giocare. Poi le voleva indietro, ma questi non volevano ridarle. E mandò gli angeli.
Cloni di rambo, fatti di CocaCola, che indossarono lentamente i cromosomi per scendere in battaglia e uccidere da eroi
ma queste non sono cose che riguardano gli dei
Quale epopea!
A te, presidente petroliere A voi, capi di stato-cani, che mangiate nel secchio dei maiali A bois, canes de istelzu, che concludete i vostri sporchi affari a voi grazie io vi ringrazio per la libertà che ci avete portato
e tu, America sappi che un giorno ad uno ad uno ti si presenteranno i testimoni dal Vietnam, dal Cile, dal Kosovo e Kabul, Chiapas, Bhopal, Panama, Haiti e Nicaragua, da tutto il Centro-America, da Brasile e Argentina, dall’Africa dei tuoi schiavi neri e dagli uomini rossi delle tue pianure, dagli homeless e dall’Iraq un giorno ad uno ad uno
God damn’ you America la tua storia è di sangue e chiama sangue preparando certezze di dolore
Alberto Masala, La Torretta, 5 ottobre 2002 *
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