Il nero aveva occupato gran parte del cielo, e quelle poche zone chiare che ancora si vedevano, in breve furono ingoiate da una coltre di minacce. Gli alberi, scossi da un vento incauto, nella loro macchia che sergeva colma darbusti e rovi, piegavano i rami più esili, e le foglie lambivano sia limmaterialità del cuore temporalesco che la verosimiglianza del tuono in volute di spavento. Poi la pioggia cominciò a cadere fitta, si udì il suo rumore su ogni cosa, sulle inferriate divelte e posate nellerba, accanto ad una stalla, sui sassi del sentiero, sulle foglie del fico, nella bocca spenta di una voragine che era lì ad ingoiare erbe secche, vertebre danimali caduti, azzoppati, litanie, pentimenti. Il silenzio oltre lacqua e il suo rumore. Oltre la memoria. Oltre il rumore metodico della pioggia: il silenzio, che la pioggia stessa portava come le appartenesse, come se il silenzio fosse pioggia. Oltre essa, in una corte estesa, il silenzio era su tutto, e tutto era scosso e pure immobile ad ascoltare il silenzio oltre la pioggia, nella pioggia. Il silenzio scosso dalla pioggia, inerme nella sua costruzione violata. Il silenzio rarefatto dogni erba, dogni albero, di ogni animale. Il silenzio che si può sentire incatenato alla pioggia, immobile alle sue spalle. Lanimale sgusciò da un punto e tentò di traversare quanto più velocemente poteva il sentiero, infilandosi nella macchia, con rumore di frasche violate. Luomo, immobile nel temporale, si riscosse e lo seguì, di colpo, chiamandolo a gran voce. Spolto dacqua si gettò tra i cespugli, chinandosi, là, dove lanimale era passato, scomparso, seguendolo carponi. Si udì ancora luomo chiamare a gran voce lanimale, e ancora, nella pioggia, lo strisciare, il rumore soffocato degli arbusti che saprivano. Dopo poco luomo emise due interminabili lamenti, come di chi si distoglie da unepoca non sua, si distende sul corpo di vecchie istantanee, su quanto di impressionabile lo aveva assoggettato: lamenti lunghissimi – anche di chi trova finalmente la sua positura – che si tesero innaturali nel crepitare della pioggia. Ora era comparsa anche una donna sul sentiero, lucida, grondande dacqua. Con voce acuta chiamò luomo guardandosi attorno; poi alzando il viso al cielo si tenne i capelli facendone una gòmena da strizzare. Chiamò ancora, ledendo il rumore dellacqua, i gemiti annegati delle tane: leggera la nebbia che avanzava stava già sospesa lassù, sulle punte di alcuni cipressi. “Fra poco farà boccone di tutto”, pensò la donna, “appena calerà la pioggia, la nebbia, come una rugiada, resterà sospesa a covare, ad ingiallire nella luce fredda”. In un urlo la donna chiamò ancora luomo, e poi ancora, con voce che stava arrochendo. Lanimale di poco prima ora sbucò dalla macchia passando, con quella sua andatura pesante, davanti ai piedi della donna che in un grido di spavento stette a guardarlo un istante, animale così repellente, poi colse veloce un sasso lanciandolo alla bestia, mancandola. Ed ecco lanimale rifugiarsi, con fruscii (e parve con sospiri), in un intrico, rintanandosi. Allora la donna spezzò un lungo arbusto e andando a conficcarlo ripetutamente nellintrico, tentò di molestare lanimale affinché fuggisse più lontano, ma si udirono solo soffi addolorati. Affannosamente allora la donna indietreggiò, lasciando cadere larbusto. Che animale era? Mai ne aveva visto uno deguale. Stringendosi addosso labito zuppo poi tremò a un tuono vicino, si scosse nel corpo, rabbrividì. Pensò che niente doveva sospendere la vita e con essa la genesi del dolore. Togliendosi lacqua dal viso chiamò ancora luomo, volse attorno lo sguardo, al cielo: neghittoso, scure violacea nellanima sua. Dovera luomo? Dove sera ficcato? E intorno, chi vigilava? Sentì addosso gli occhi di chi vede e non vediamo. Erbe erano nei relitti incontrastati di grandi ruote agricole scalzate, lasciate nel campo, legno friabile come ossi secolari, come dozzine di bocconi ròsi e poi sputati, lì, nel silenzio indivisibile della pioggia e del suo rumore. La donna si strinse di nuovo addosso gli indumenti e con voce strozzata, nel tremore delle sue carni, chiamò ancora luomo. Dalla macchia si udì allora un rumore di rametti smossi, spostati, che riempì la donna di tremiti, trattenendola nel respiro che non venne. Lentamente, un animale simile al primo, dondolando, uscì dallintrico, una zampa e poi laltra, una zampa e poi le altre. La testa coriacea, muovendosi come un ciondolo, si volse in direzione della donna che inorridì. Lanimale emise un suono rauco, basso, da vittima, e, non fosse stato per la pioggia, dagli occhi parve gli colassero lacrime. Le gocce cadevano sul suo dorso duro, e pure se colmi dacqua gli occhi bianchi la guardavano fissi. Da quel biancore osservavano. La donna, allora, quasi soffocando, cercò un altro sasso e chinandosi ne colse uni di fattura consistente. Con quello tra le mani guardò e riguardò la bestia, affannosamente, con timore e con dolore, e in un urlo inconsolabile lo tirò con tutta la forza. Il sasso andò a colpire la testa dellanimale che si afflosciò senza un suono. Poi la donna fece due passi indietro chiamando ancora luomo: un soffio. Rispose lanimale, che, nel sangue che gli andava coprendo gli occhi, rispose: “Sono qui”.
Limmensità vuota delle cose, la grande dimenticanza che cè nel cielo e nella terra Fernando Pessoa di Gabriella Maleti
In questo apparente abitare dove ogni cosa ha voce a parte, nella salubrità mistica delle umbro-gole (la ragione di getto esclusa per un fatidico: mi rinserro qui, mi avvolgo in gole e pastrano dalberi) siamo stati lasciati – credo – come incompiuti in un compiuto intorno per silenzio e vuoto.
E non può essere che incompiuto questo sperdimento nel fitto incerto, nella globulare ricerca che possono gli occhi, come un remare senza costrutto alla mia porta simile a me, per niente rassicurare e finita.
Così ci ragguagliano gli infiniti e le foreste e nubili membri e le truci tempeste. Vago, senza ragione forse spiro, in un vuoto ingiustificato da stambecco o rupe.