“Le varianti del sicario (Nella contraddizione. Descrizione di ultimo atto)”
Bollettario n°34/36
(periferia di grande città. Strada)
– mamma, che dice il bando? – … domani a piazza Rosa Citazione e Plagio preparano il Copione pe’ recità ‘na cosa – mamma, chi è quell’uomo coperto di sangue? – … l’attore fuori gioco che si muove a fatica e arriva prima che si accendano le luci – mamma, qual’è il suo messaggio? – … le Parole irrispettose nel procedimento del Copione cui seguirà la bruciatura della Recita
(interno di teatro. La scena è buia. Rumore di fogli)
pace non trovo e non ho da far guerra son baci che voglio ognuno un groviglio in quest’epoca ancora preistoria nessuno fuorché pochi ha parole esatte di cose, dette rumorose le parti opposte del vero in rauca rissa d’accenti producon del diverbio sinfonìa un rottame un rumore continuo è l’offesa che t’esce dal corpo fuor dall’usata legge onde il mio dire i colpi tumulti far guasto e molti nemici a pugnar esorta far voltar le genti le perdute genti: varie voci, inebrianti fremon d’intorno recan pace ancora gli scribi d’ogni giorno dicon per decreto e filosofia ch’ogni guerra è tolta via: son baci che voglio col ferro a lacerar comunque vada uscir a dire senza riprender fiato della mischia con le cose avanti tutte le parole disgiuntiva canzone di divisione (e la voce si caricò d’una calda enfasi davvero incalzante)
ebbrezza di sangue all’inizio: consegnerò il mio mandato alla folla:
desidero che muoia:
voglio la sua morte. Colpirò appositamente per sabotare che prendo appunti dai monumenti di frasi e ne preparo meticolosamente la caduta:
diserto i corridoi saccenti nient’altro che un’ombra non appartengo che al deserto:
alitare sulla scena l’amore tremendo: insostenibile parte
Ogni cosa al mondo appartiene ai miei nemici
e le frasi che consacrano con impegno l’ingegno di costoro a posseder ogni cosa senza posa son dai più ripetute finché quel che resta è cenere. La gola secca fin dall’inizio: manipolando le varianti con impazienza tento imbastire un canto corale possente di morte:
dove forte è il grido muto di Catastrofe si genera forse un nuovo amore
(un canto forte, forte, e una dialettica del groviglio)
Può accadere un breve canto, convulso, uno sbaglio disordinato, un rozzo groviglio … e ritagli e il lezzo sale. Dai franti detriti, senza pace, può accadere che in piena marcia il canto cambi … un’altra crepa … Nella selva selvaggia un ventaglio goffo di trilli suona un amore convulso … ma di colpo … può accadere di cambiare partitura, con nuove note, e false. Nessun applauso. Solo quel canto possente … Curvo sulle rovine, un uomo cerca qualcosa che non sia stato distrutto … cantando, senza tregua, senza badare al tempo … correndo, nella selva … e il mare, sulla scena il mare infuria contro la terra, con amore, con amore … e si mette a cantare, senza sapere le parole … e il canto, siderale, par che annunzi un canto migliore, un’altra logica, un canto da mettere al negativo … Ma la sua musica non val niente, è troppo arida e astratta per chiunque, eccetto me … Cerca un nuovo insieme ché l’uno non riesce, ma uniti. E’ un nuovo insieme che cerca quando, tornato sulle cose, si mette a frugare tra le macerie, nel guasto, tra lo sporco della folla, nel marcio, tra le avversità … Viene dall’orrore, ma non va verso l’orrore … Cammina lento, nel buio della scena, guidato dalla certezza che nulla sarà come prima … E già mille voci cantano mille canti più profondi e dolorosi del suo, migliaia di canti hanno iniziato a vivere in lui, per non morire … canti nel vasto buio … per non morire … Non ha che la scena … E il patto stipulato in quel punto si rompa
(un racconto di voci, in forma dunque di candida prova)
… e tutto lo slancio del canto ove i ritmi affannosi e il moto esauriente, e tutte le occhiate e tutte le idee, e i concetti che ci hanno aiutato, e le nozioni e il nesso dialettico fra coscienza e realtà sociale, e le cariche demistificatrici, formidabili, e le ricerche ossessive, dalle quali dobbiamo ancora attenderci delucidazioni, e il magma polemico, e le categorie non pretese assolute, e la coscienza sottratta al mito, e il mondo come realizzazione dell’uomo, e infatti abbiamo fatto il nostro ambiente e noi stessi e insieme siamo un unico processo ma abbiamo fatto anche l’alienazione e ci siamo arenati, disgregati dentro, ci siamo umiliati … Glaciazione … … E’ accaduta la città futura, la nuova Computer City, mobile e flessibile, instabile come il lavoro, religiosa e festosa e fanciullesca e innocente e candida e piena di stimoli per gli intraprendenti e libera e dolce e produttiva di solidarietà e di volontariato e di servi dello stato e si parla spesso del cambiamento e della gente che è stufa e che sbuffa e che sta ferma e che viene tenuta al guinzaglio e controllata e si presuppone una finta emancipazione che così siamo contenti e ridiamo volentieri e ci divertiamo di fronte allo spettacolo della crudeltà e più o meno direttamente si riparla della patria e dell’onore e delle energie militari e il mondo è una bomba ad orologeria è una distruzione virtuale è una minaccia reale e può accadere di essere sedotti dal mondo così com’è … L’illusione di essere liberi …
scarti, residui di storie, scorie di argomenti, e la barbarie a sprazzi: questo il mio poema, il mio soffrire: senza esatta misura la sua trama sanziona l’erosione dentro, e sommo ciò che vale a scarti residui di storie e scorie: questo il mio poema, il mio ciclo vitale … Il rischio è che sia un mero artificio verbale
(in questo luogo si prova con il fiato di un nuovo amore)
– che cosa sta accadendo? – si declama, ma l’esito non è certo – che stravaganza è? – la presa di coscienza del silenzio – la fisionomia è quella del panico – suppongono che il fastidio sia definitivo – noto una confusione. Non colgo alcun nesso – la dispersione è parte del tentativo. Ha forma di schiamazzo il legittimo divertimento che i bambini aprono nelle sabbie mobili dei cortili – ma tutto ciò è inutile! – poiché appare ignobile ciò che con perseveranza tende alla propria assenza – tu chi sei? – il mio mandato è la variazione – sei un sicario? – sono la consapevolezza di quel che varierà nel fastidioso frastuono che durerà l’ipotesi di un’ora – non ti seguo – ti invito a partecipare a questo lento disfacimento – penso di non aver capito – noto un fremito di piacere nella tua voce – c’è qualcosa che mi rende partecipe nel progettare lo spartito – perché spegnere la fiamma che brucia nella lingua? – il tormento è appannaggio degli schiavi – non siamo altro che sudditi. Il tormento rende capaci di grazia – temo di possedere una voce inquietante – sul disegno della tua incoerenza altri può spiegare vele di equilibrio – la forma che la mia voce è in grado di praticare è la sua frammentazione – è la condizione delle Cose che ci ospitano. L’inadeguato esercizio cui vai ad articolare è deliberatamente pensato come un rimprovero. E il disprezzo è forma del cuore a pezzi nell’arido tempo in cui siamo abbreviati – intendi dire che dal tempo ostile non si può uscire? – a meno di renderlo accogliente – ma la mia voce non può che farfugliare – la voce non può nulla, né la parola. La scansione, per quanto bella o lucida, non può che trarre in inganno – rinuncio a seguirti – nella voce si annida la paura. La paura nasconde in sé il disprezzo. Il disprezzo può portare alla scintilla, e così via – dunque ogni voce contiene la propria negazione: se declamo è per tacere – per dedurre il silenzio – posso cominciare? – solo se è per rinunciare – le voci che sento mi attirano – la finzione che ha per fine sé stessa è solo una manifestazione del disprezzo – posso cominciare? voglio partecipare al disprezzo – attento, è la sconfitta il prezzo – sento voci che incalzano parole. La procedura adottata le decompone: franano, le parole – la lingua che designa il disprezzo si esprime come può – voglio scrutare le cose dalle parole della voce – devi scrutare le cose e le parole, e i modi della voce – abiterò ogni parola: ogni sillaba è un abisso dove il mondo è descritto tramite la voce – vanamente …
(su di una nave inventata nella scena del naufragio)
Non ho che la scena. La mia contro la vostra. La mia scena di Storia e Conoscenza. Franta e lacerata. Argilla che frana
E’ come un soffio d’amore la mia scena di sberleffo e tendenza, la mia scena d’artificio. E’ l’elogio
della Finzione.
No, non firmerò quel foglio di resa!
Quel che dirò è la cosa reale che mi smerdo sulla scena
Quel che sarò è la cosa possibile che mi fingo sulla scena.
Irruenza, passionalità, affanno a volte e contraddizioni
nello spazio-tempo della mia scena forme di pensiero aspro e radicale: né dramma né tragedia, quel che s’avvia è il mio mugugno. Tendo la mia scena sulla nausea inflitta al corpo
dal Naufragio.
No, non sono impazzito: il Naufragio dell’Utopìa, siamo qui per questo. Ma chi crederà che il Naufragio sia reale? Eppure l’usura è palese: le perdite di tensione logorano e manca l’indicazione che l’Uomo e le Cose, pur procedendo a tentoni nel vortice che finalizza ogni scossa ad uscire dall’attuale presa omicida, possano un giorno inventare,
e inventare soddisfatti.
Fuori la scena ci sta, annoiato, il Mondo:
questa selva selvaggia ed aspra e forte:
che le Cose si agitano, fremono nel tempo ritenuto salvo da nefasti eventi e sventure: massacrati con bombe non c’erano morti, no, non c’erano quando discesi dall’alto i Chirurghi in bagliore di fuoco le Città uccisero, e l’Uomo. Il volto della Barbarie crudele si mostrò. La vergogna
che tu conosci e nascondi
non s’insinuò nello spettacolo superfluo, né l’orrore,
se non in cifra d’incasso.
Così va il Mondo …
Non ho che la scena. Sulla mia scena fingo un Naufragio.
Onde, mare nero, ad esempio, e schiuma e vento per un’intera giornata
(vento di destra)
Nell’anomàlia Italya mi confonde la vista l’ostinata sabbia e se parlo, nel buio, esitante, imitando voci e gesti a indicare un tempo privo di Significato (si respira un’aria di Regime) è per declamare nell’infernale sera di cielo arroventato la mia ira: nella sanguinosa mischia la mia rottura – ma il discorso non è lineare: nel contesto delle righe nel reale che non vale l’accordo dunque accade, lo squillo nazionale – qui le fila si mescolano, quel che cercano è l’accordo. Le opinioni convergono e non già una folla calpesta cruenta la polvere, nel punto critico non s’inventa la frattura né falle nell’assedio
E’ vero: abbiamo perduto la Dialettica e la Critica, il tarlo della Contraddizione. Allora mi trascino carponi lungo la spiaggia e fradicio ricomincio l’Errore. Nel letargo che è la città dolente, solo, stanco, sillaba dopo sillaba declamo il Dubbio.
Non ho che la Scena. La mia contro la vostra. La mia scena di tormento e disprezzo.
Nel recinto della scena oscena l’Attore e lui solamente coglie applausi o fischi quando indica il Mondo. Ogni parte è duro monito, presagio d’inconbente sventura. Ma anche questa scena andrà in porto, derisa magari, non conclusa, ferita e lui, l’Attore, davanti allo specchio di nuovo si sbrigherà a levarsi il trucco, e ogni spasimo di Finzione alla fine e ogni carica di ricerca puntigliosa sulle cose, ecco, l’acqua laverà ogni memoria, e lui
messo al bando,
come altre volte.
Non ho che la scena. Per ipotesi sulla mia scena il Naufragio. In questo teatro abbandonato e campo di battaglia – chi crea vuole la distruzione -, la mia scena si organizza in esercizio
e montagne di rovine. Non un’anima
Tutto ciò che vedo è frangersi d’onde e sospiri lacrime desolazione sulla riva rovi e disperse vele: ogni speranza è vana. Confuso col vasto mare tremo a sentir quel che fu l’ansia
di cercare ancora:
nebbia onde luci e risa trame d’amore
lasciami cercare se morirò morirò cercando
Brucia in me il disprezzo ma la morte incede
Un gran numero di navi
finché nacque da destra un vento sferzante
Oh mari, soli, stelle, venti, quel che resta di voi: sudore e ferro sulle rocce brilla – paura! – il limite oltre no, non si può: il timone – oh, tutto è inutile!
le onde fino a morirne:
dispersi cercando un appagante amore.
Intervenne un tale mutamento nelle Cose che fummo i primi a veder la prua infrangersi in quel tonante mare:
e il naufragar non fu dolce!
Ombre e silenzi. Non sento il più piccolo suono. Sterili passarono giorni di pena nell’affanno a resistere persino i passi esitano nel tempo breve: con misura non sacra s’apre sull’ira il manoscritto – la forma dell’orrido fissata mentre in solitudine e maligno verifico l’esercizio della scena
(oh, la mia scena!)
in miscuglio mortale le parole, il metro della voce:
la Parola nell’itinerario della Voce deve urtare, creare dibattito – incastrata nelle frasi d’un evento calcolato male vuole provocare – esiste per altri, come coscienza reale, franta, un lungo solco, esiste scossa, frammento di coro fatto apposta per l’eco delle piazze:
fallire è questione di un attimo.
Non ho che la scena. La mia scena di Citazione e Plagio. La mia scena combinata in frammenti:
inutile fracasso, sangue ancora e crisi di nervi
(chi all’altrui lingua impone sbando entro l’orrore d’alta prigione andrà, poiché ferro mortal nel core di bene altrui ha fitto):
giungon voci dal fondo della mia scena. L’unghiata di Sicario che vado sulla mia scena proponendo non ha altro Senso che questo:
l’enigma il sospetto la strana procedura conosco la manovra d’esposizione non collaboro e non tollero quel che più mi dà gioia:
sperimentare
nuove verità, sfide e poesie.
Non ho che la scena. Sulla mia scena ancora il Naufragio. Mai sentito tanto silenzio. Scena alla deriva:
i frantumi della Storia nello spazio precario della mia scena. Tutto intorno alla scena si muoveva: (una svolta autoritaria): la nave veleggiava con dolcezza, con dolcezza, il cielo compariva grigio, andavamo alla deriva nei crollati anni e ci siamo arenati: saliva da destra lo scirocco fortissimo che devastò.
Non ho che la scena. Sulla mia scena di rovine traccio l’abbozzo dell’ultimo atto
il Fallimento. La Passione il Progetto. La Catastrofe
finale:
a strati di onde completo l’inizio tenendolo in sospeso. E attingo dagli avvenimenti:
armi denaro verbo
son baci che voglio
Travolto mentre dal ponte scrutavo l’orizzonte
Ci sono, durante il Naufragio, momenti dove non si sa troppo bene quel che si fa. L’orizzonte viene modificato di continuo dal vento sferzante e le frontiere sono mobili e aperte e ancora si può provar meraviglia a resistere lungo la rotta. La volontà di approdare costringe a un nuovo modo di osservare tutte le trasformazioni che avvengono brusche e improvvise folgoranti una frazione di tempo piena zeppa di futuro. Mi sciolgo nel viaggio Con fatica resisto il mio posto è qui in mezzo alle acque su cui mi muovo senza voler morire. Posso solo entrare dentro le affermazioni discordi delle Cose e far crescere un patto colmo d’avvenire:
un pugno di tronchi con cui cotruire una nave, e briganti bucanieri e ladri su di una nave che non era una nave:
un verbalismo, una vuota frase:
il metodo diventa lo stile.
Disperso nel mare tremante rullìo di onde distesa d’acqua la mia parola non è chiara l’orizzonte è un incubo esiste il mare minaccioso che mi cattura pesano le vele nel palpito d’acqua la carne si smonta nel sussulto concreto ma impercettibile di rovina
In ogni istante mi è bagaglio il mare.
No, non conosco la prossima mossa.
So che quel che s’agita sulla mia scena è Dubbio, l’incognita di un nuovo amore:
son baci che voglio ognuno un groviglio
ogni scossa trave a proceder per schianti sull’orlo dell’onde
Continuerò a farfugliare di tempi più felici finché qualcuno mi romperà il cranio. Resterò come in bilico sui marci legni del Naufragio, scosso dalle onde, inutile, guardando il sole: ho perso! ho perso! griderò senza fiato e resterò muto sullo sfondo, teso e irritato, e guarderò l’osceno della mia scena audace, ricorderò di come uno dopo l’altro caddero esposti all’assalto del vento. Proclamerò con altri ritagli ciò che noi siamo: silenzio e parola di cenere, siccità che devasta i campi, bastioni e spade: ed io a riordinare i frantumi l’unico residuo di resistenza. E le scure e lente voci fuori campo: Cerca di smettere, cerca di, e morirò senza che nessuno dubiti. Con la lingua di fuori mi ripeterò ancora una volta nulla di male a cercare, nulla di – e spirerò, spirerò, ahimé, senza parlare. Non avrò niente da dire, niente, neanche una sillaba. Sul ventre mi resterà un cartello: io ho cercato altre ipotesi nel guasto del mondo. E resterò solo sulla mia scena, sulla mia scena distrutta, in piedi sulle macerie della mia scena, come da copione. Contemplare il mare spacca il viso. Ero sul mare quando la nave partì in mille pezzi. Con il Naufragio svanisce la memoria del viaggio E passa, sullo sfondo, delle varianti la più ingrata: continuare. Non c’è pubblico, ma declamo ugualmente. Sulla mia scena è ancora il Naufragio dell’Utopia.
Sulla scena io con la corda al collo colui che non conosce che la variazione
(ripresa per fischianti bocche. Nota per domani. Chaos in corte)
che attraversa verso con passo incerto, e resistendo in intrico di dubbi muove indizio estremo di mappa, di tentare tremulo ritmo in muoversi disordinato di molti (per certo si muovono, calcolati e dunque sostenere (e cauti e sospetti l’esistenza di cose in qualche modo vitali che non denaro, scambio (: il proprio lento disfacimento mentre progetta un rovinoso crollo: la città, questa robusta e grave: castello, allora ma il castello stesso, dunque anche instabile, sì che basterà azione collettiva per far rotolare staccare disgiungere far ruinare: in quel punto toccherà sperimentare e altrove,
e poi noi, sdegnati soggiornando in città (: corpo morto che molti cercano rianimare nella solennità di formule supposte uniche e libere: la libertà in teoria e non restrizioni, mentre il vero valore è astrazione cui solo la vendibilità afferma alto
procedere produce discontinui, ma supponiamo di supporre che qualcosa: occorre ipotesi incauta: non obbedire
questo itinerare non fuga, piuttosto disegno: bozza umida una supposizione, essendo la città odiosa di certo, e la sovranità giustificata dalle formule, astute regole miste linee abbaglianti. Ma allora fragoroso il comune insulto: che il segno indichi sensato movimento, terremoto non dissimile da scandito termine (: il ritorno delle onde sembrerà di udire a folate una bizzarria d’acqua tanto improvvisa e intensa da smuovere tutte le nostre navi: un vento sferzante nacque da destra
e qui, ancora portare scompiglio alla mite città, devastata e la catastrofe (il naufragio prendiamo atto della strage elaborata per mano dell’incasso calcolato. Suggerire d’essere in prima persona usurpatori di ore che per certo non ci appartengono, né la città ci appartiene: ci ospita, e ci indolentisce e se vi sono poteri, occulti e non, dei quali con certezza si può dire ingiusti: l’usurpazione del tiranno, questo occorre
tutta una folle occorre che emetta misura in chiara coscienza se l’enorme veleno ha intollerabile l’inabitabile città resa lamento nominando ad un certo momento la possibilità che vi sia diverso e in concreto l’accadere accada in tal luogo nell’ipotesi dell’esperimento: con un brivido si stacchi la prova dal buio esile e acuta forse riesce dando spallata all’afono castello ora che prorompe sulla scena in presenza di sfida (: ma custodito il rancore mentre disgusto diventa pallore e taciti giuochiamo ridenti a pallone un segnale anche minimo di ribellione sarebbe pericoloso e dunque quel coso titolare di violenza eccessiva affermiamolo innocente veramente mentr’io impenitente amo il sole contrario che irragia sul mare un coro di altra pratica e sono ebbro dell’incrinatura e dell’eccentrico incastro stilato in tentativo di Ultimo atto (e tutto il resto è realtà
sebbene dispersi ci siamo definiti e come in transito incerto mentre il nodo si scioglie e gli ormeggi non trattengon le navi or descrivendo dei baci che voglio ognuno un groviglio or dirò il terrore difficile negare dei colpi di cose supposte naturali ma diciamo che l’ipotesi che riporta alle scorie della storia e in estremo all’economia: questa intendo vada oggi riconsiderata e la modulazione del sapere provi a caricarsi del contradditorio che lo si supponga anche derisorio del vento che ci fece annegare e qualora ciò non basti ed è pur vero che non basta mai il conflitto che esca dal tenue vocìo a farsi insistentemente insidia articolata con prorompente azione di folla
(Faust il sipario e le cicatrici. Finale provvisorio)
Non una voce un suon Solingo, dolente languente
Quest’impotente argilla è in me scintilla: a, bi, ci, zeta lucente alfabeto fetente: amore, morte uomo lingua lama oro bellezza
Nè sapere né successo ahimè
Solo un deserto di amarezza
Uscivano spilli e fili di bava spreco il fiato. Disperata aridità Scruto le cose, l’uomo Immerso nello studio invano Canto declamo e cancello raccolgo cocci:
inesatezze, falsi accostamenti. Libri, pergamene: in panni altrui la gioia, il dolore – con spargimento di sangue: un attore, nient’altro. Semplicemente un corpo, un insieme di segni Intorno alla scena c’è il mondo. Dentro la scena ci sono segni. I segni sono incerti A lungo in silenzio. Tra il Nulla e Nessuno l’aspro mare. Alle spalle le rovine d’Europa
(ma lui continua a fissare lo sguardo su quell’ideale lontano