Dario Fo, Il tempio degli uomini liberi Franco Cosimo Panini Editore, Modena 2004 disegni di Dario Fo, foto di Ghigo Roli pag. 238, 20
Nellanno del Signore 1099, in unepoca di generale rinascita cui non sfuggiva nemmeno la Chiesa, sempre più desiderosa di far dimenticare i suoi terribili trascorsi di dissolutezza e lusso sfrenato, tra allegro concubinato, gestione privatistica di ingenti patrimoni ecclesiastici da parte di alti prelati, matrimoni di preti, vendita di tutte le cariche, persino quella papale (Benedetto IX nel 1045 aveva venduto il suo titolo al successore Gregorio VI), e di umiliante protratta soggezione allImpero, per cui impazzava la lotta per le investiture, e mentre si erano consumati lo Scisma dOriente e le prime Crociate (compresa quella dei Pezzenti), a Modena, senza alcun vescovo effettivo, il popolo tutto, universus, (circa diecimila anime), di comune accordo, decide la ricostruzione della Cattedrale. Sì, la ricostruzione, perché unaltra Basilica esisteva, ed era grande, bella, ma cadente, pare, stando almeno alla Relatio translationis corpori Sancti Ieminiani, il documento che fa la cronaca della traslazione delle spoglie di San Geminiano, da un cripta allaltra, avvenuta in pompa magna, nel 1106, appena realizzata la nuova zona absidale. E fin qui niente di insolito. È risaputo che, dopo il Mille, il febbrile rinnovamento esteso a tutta lEuropa occidentale, ha trovato la sua maggiore espressione nel rifiorire economico, culturale delle città, e che questo ha comportato necessariamente un rilancio dellarchitettura in relazione soprattutto ai luoghi di culto, tantè che un anonimo monaco medievale potè scrivere che il mondo si era scosso per gettare le spoglie della vecchiaia e rivestirsi di un bianco mantello di chiese. In Italia (e in qualche altro paese) se ne calcolava una su ogni 100 abitanti, altrove una su 200. Certo, nel caso di Modena, può sorprendere non tanto la sede vacante del vescovo (circostanza diffusa in quegli anni) quanto che una decisione così importante e onerosa sia stata presa in sua assenza. Tutto qui, e per secoli e secoli. Senonché in uno scavo del 1913 si stabilisce con certezza che la chiesa precedente lattuale Duomo, (a cinque navate), per via della forma particolare dei pilastri, non poteva essere anteriore a 30 anni. Poteva risalire massimo al 1070. È a questo punto che la nuova costruzione incuriosisce, o meglio, insospettisce. Si colora di mistero. Perché unaltra chiesa in così breve tempo? È vero, la Relatio parla di condizioni pericolanti, ma gli storici non ne sono più tanto convinti. Non ci crede in primis Francesco Gandolfo1 , che accusa apertamente la Relatio di reticenze e volute falsità . E, tra gli spettri di epurazioni documentarie, adduce come plausibile motivazione la damnatio memoriae di Eriberto, di origine forse tedesca, vescovo a Modena dal 1055 per nomina imperiale e schieratosi dalla parte dello scismatico metropolita Guiberto di Ravenna, antipapa nel 1080, (col nome di Clemente III), per volontà di Enrico IV (tutti scomunicati). Doppia damnatio, aggiungerà Roberto Salvini2 , sia da parte delle Relatio per le indicazioni vaghe, inesatte fornite sullesistenza e sulle condizioni statiche della Cattedrale fondata da Eriberto, sia da parte del clero e di tutto il popolo nel momento in cui ne decidono la demolizione. Giusto per riconciliarsi completamente con la Chiesa di Roma. Mossa repentina, audace e politicamente significativa, sostiene Dario Fo nella sua recente indagine storica sul Duomo di Modena, Il tempio degli uomini liberi.
Un testo prezioso, illustrato da suoi disegni (circa 200 tutte le immagini), studiatamente semplici, sapientemente infantili, cromaticamente esuberanti, toccanti, di grande efficacia comunicativa, e che è stato oggetto anche di eccezionali lezioni/spettacolo, con il Maestro Fo nelle vesti di un supremo cantastorie tecnologizzato (si serviva di due maxischermi): un artista totale che non rinuncia alla tradizione, ma la rinnova continuamente. Ebbene, tornando al testo, proprio in questa coraggiosa scelta Dario Fo ravvisa la presa di coscienza di unintera comunità circa la possibilità di crearsi spazi di autonomia locale. Sono coinvolti tutti gli ordini: i prelati, che essendo di nomina eribertiana non è difficile immaginarli disinvolti, intraprendenti, forse illegittimi; i milites, feudatari, nobili vassalli o valvassori della Chiesa; soprattutto i cives, rappresentanti della borghesia in fieri, (mercanti, professionisti, artigiani), appoggiati dai populares. Tentano di affermarsi giostrando tra le belve dei gruppi di potere, rappresentati in loco dallabbazia di Nonantola e dai nobili di Canossa. Per Fo i ceti emergenti modenesi, in particolare, da boni homines, avrebbero prima appoggiato Eriberto, poi lavrebbero mantenuto, anche se scomunicato, per prendere tempo, quindi utilizzato per la convalida di un documento falso, un diploma/truffa, nel quale proprio loro venivano indicati dallimperatore, quali detentori di tutti i diritti sulla città, e infine, alla sua morte, (nel 1095), avrebbero ostacolato la successione del vescovo Benedetto prima (morto, guarda caso, appena insediatosi!3) e di Dodone dopo, fino a che non hanno ottenuto la firma ad un patto di autonomia dal nuovo papa Pasquale II, più debole del predecessore, Urbano II. Accordo che se non garantiva la libertà in assoluto, almeno alcune libertà, nel senso di privilegi. Era lavvio di una qualche democrazia e sicuramente il riconoscimento dellesistenza di una comunità unita e determinata a farsi valere. Qui, in questi venti anni di cattedra vescovile vacante (dal 1081 al 1100), mentre era rector urbis dal 1096 Azzo di Corrado (di consoli si avrà menzione solo nel 1135), e magister scholarum Aimone (autore probabilmente della Relatio, come delle epigrafi), si gettano le basi, a Modena, del libero Comune, in perfetta simbiosi col suo protettore, il clarus San Geminiano. E a dimostrazione generale e garanzia papale ecco la decisione dellabbattimento, e sua sincronica erezione ex novo, del Duomo. Si tagliavano insomma i ponti con un passato scismatico, ma anche di soprusi, angherie (si darà ospitalità a tutti i servi della gleba in fuga) e ci si apriva al futuro con questa costruzione che tra laltro sarebbe stata utilizzata anche per le adunanze del Consilium e , in un lungo immediato, avrebbe costituito fonte di lavoro per migliaia di persone. Il cantiere della Cattedrale (legata alla quale nasceva anche la cosiddetta Fabbrica del Duomo, con le mansioni più varie) si poteva considerare, allora, la più grande industria, e i lavori duravano decenni, se non secoli. A Modena furono rapidi, appena 18 anni per la struttura architettonica essenziale affidata allarchitetto Lanfranco (trattenutosi comunque in città, pare, fino al 1137), ma bisognerà aspettare il 1184 per la consacrazione ufficiale. Che non determinò certo la fine dei lavori. Si protrassero per secoli, a partire da quelli energici dei maestri Campionesi, (a Modena dalla fine del sec. XII al XIV), via via fino allOttocento, al Novecento, quando si tentarono restauri critici, filologici, su un complesso bello ma stravolto nella fisionomia iniziale. Il Duomo di Modena, quello di Lanfranco e Wiligelmo, (definiti rispettivamente, nelle epigrafi sulla facciata e sullabside, luno meraviglioso costruttore, laltro il più degno tra gli scultori) stando a studi recenti (supportati da molteplici rilievi metrici e fotogrammetrici, e una dettagliata campagna fotografica), si ritiene dovesse essere lineare, compatto, unitario, sobriamente maestoso, (anche nella contenuta bicroma decorazione allinterno, cui corrispondeva il candore lapideo allesterno, in pieno scarto col circondario). Comunque funzionale. La Cattedrale come la Basilica di ascendenza romana: Tempio della divinità, ma soprattutto Tempio di una città, che voleva ritrovarsi, definirsi per potenziarsi e crescere. Per questo aveva bisogno di raccontarsi, ma anche di farsi raccontare il mondo, di conoscerlo secondo le credenze, le paure, le favole, i sogni, la fede, i miti consolidati. Ab ovo. Da fissarsi in una pietra che si componga e snodi come un libro illustrato, o meglio una vera enciclopedia, universale per i temi, fumettistica, quasi, per le iscrizioni didascaliche, spesso metriche, indice della volontà divulgativa e decorativa insieme. Da qui le strutture di Lanfranco lineari, energiche, pratiche (va ancora indagato, secondo noi, il ruolo dei circa quaranta altari, poi eliminati4 : tavoli di lavoro, di trattative?). Da qui le stupende sculture sulla Genesi del Wiligelmo, che, in omaggio si direbbe alla duplice committenza, per la facciata, nel mentre si rifà a temi propri del Vecchio Testamento (strizzando locchio al Nuovo), sembra ricalcare le scelte narrative del cosiddetto Jeu dAdam et Eve, un dramma francese del 1150 circa, dove i progenitori, tra laltro, vengono presentati nei rozzi panni di contadini medievali. Come a Modena, chini a curare la pianta delle decime. Commoventi nel loro infelice destino, ma non domi, se accettiamo la coincidenza col testo teatrale, dove Adamo, mentre zappa , si lamenta per limposizione delle decime. Le trova uninsopportabile pena aggiunta a quella della cacciata. Evidente lo spessore semantico, il valore allegorico. Che Fo ribadisce con alcuni brani polemici di Bonvesin della Riva. Qui due soli versi: Tuta sta commedia a lera scripta cumprès el gran final / così de farghe tràpola e farghe condanà. Siamo di fronte, per Fo, con una stessa scena scultorea, al racconto e alla sua glossa, al canto e al controcanto, alla cronaca dei fatti e alla denuncia insita negli stessi. Nella pratica costante di un realismo quasi brutale. Un superrealismo. Identico programma iconografico per tutte le altre lastre, il tralcio abitato del portale maggiore, le Metope, il portale della Pescheria Mettono in scena la vita in tutta la sua più svariata molteplicità, con fantasia sfrenata (attingendo anche al Liber monstrorum e ai Bestiari), con candore espressivo, e plastica partecipazione al dolore della condizione umana. E per ognuna di esse Dario Fo offre un interpretazione singolare, insolita, scandita da antiche testualità popolari e con continui rimandi ad altre esperienze artistiche italiane e europee. Un commento, diremmo, laico, rispettoso della bipolarità del progetto iniziale. Che non può essere solo teologico, (come sostengono in molti), cioè incentrato sulla Bibbia, Cristo e lazione liturgica e pastorale della Chiesa in quegli anni. Tantè vero che, mentre si registra stranamente (rispetto ad altre esecuzioni) lassenza di Dio nel racconto del Diluvio universale, va ricordato che altri elementi scultorei più prettamente religiosi, come il Redentore, probabilmente (quante le sculture erratiche!) gli Arcangeli sulla facciata sono stati inseriti dopo il 1184, quando la Chiesa evidentemente, dopo una situazione di iniziale concorso paritario coi cives, aveva ripreso il sopravvento e poteva orientare di più le scelte artistiche, mentre il sogno di libertà del popolo tutto, si andava lentamente atrofizzando. Per le continue battaglie con le città vicine, per le feroci lotte interne tra ghibellini e guelfi e, una volta impostisi questi, tra intrinseci e estrinseci (nobili originari della città e nobili inurbati dalle zone limitrofe). Conseguenza? La rinuncia alle libertà comunali, con la consegna delle chiavi di Modena ad Obizzo dEste di Ferrara. Era il 15 dicembre del 1288. Ma questa è unaltra Storia che Dario Fo non affronta. La sua analisi, in questa stimolante ricerca, si ferma alla fase iniziale, laddove la nascita del Duomo si identifica con quella del Comune. Così che Sansone che smascella il leone, più che Cristo rappresenta, per lui, la stessa Modena che combatte larroganza del potere, e si fa strada come comunità. Non a caso la scultura è inserita là in alto, a destra, sul frontone, come un vessillo, a svettare.
Dario Fo comunque, al di là dellaudacia eversiva alla base della sua costruzione, è affascinato da molteplici altri pregi del Duomo modenese. Solo alcuni: il rispetto che per la prima volta si dimostra verso gli autori, artifices, menzionandoli nelle epigrafi e in collocazioni importanti; lessere un unicum per la costante attenzione riservata al mondo del lavoro quotidiano, ai vari mestieri ripresi in lunghe sequenze scultoree; la considerazione dimostrata verso le donne, come nel capitello dei due centauri, di cui (circostanza rarissima) uno è femmina. Infine lansia di pace e la fame di libertà che pervade tutta lopera. Tantè che se il capitello con le donne che inseguono a scopate i soldati, può ben considerarsi il più efficace manifesto per la pace mai prodotto, la scultura dei due prigioni che, controllati da un cane a due teste, e sotto un peso insostenibile, con i tralci alle caviglie che sembrano dei ceppi, può ben assurgere al primo e più antico manifesto per la libertà. Per questo un prigione è stato utilizzato sulla copertina de Il tempio degli uomini liberi, dove su sfondo nero laccostamento alla parte scritta ingenera un effetto subito urticante, poi spiazzante, illuminante. Scopre lallegoria insita nel progetto di questo libro. Il Duomo di Modena è la vita di ognuno di noi, dove per poter realizzare i valori perenni di giustizia, verità, rispetto e pace, va innanzitutto preservata al massimo la libertà. Dobbiamo farne un tempio. E la frase del titolo da affermativa diventa, nella ricezione, esortativa, ma nel contempo sarcasticamente interrogativa: Il tempio degli uomini liberi? È così oggi? A rispondere, nella felice impaginazione grafica, è limmagine di quelluomo, sempre in catene, rassegnato, inconsolabile. Nonostante i tanti spettacolanti, che, nel teatro animato di pietra, gli ruotano intorno, come in una giostra, tra suoni di corni, cembali, arpe, tamburi e viole. Fo li stana ed elenca tutti: danzatori, musici, ballerini, acrobati Soprattutto giullari, che spesso nudi, armati solo del loro coraggio e della loro sagacia cavalcano mostruosità, nel tentativo di disvelarne la vera natura e renderne possibile il superamento. Sotto gli occhi sgranati, sgomenti di personaggi che si affacciano dagli Antipodi, da una lontananza più che spaziale, si direbbe temporale e morale. Lo stesso sguardo distante e penetrante che ha Dario Fo, sulle cose. Sbigottito da ciò che vede, ma sempre fiducioso nelle allegorie che evoca. In questo Medioevo presente.
1 – F. Gandolfo, La scultura romanica nellarea estense, in Larte sacra nei ducati estensi, Ferrara 1984, p. 97. 2 – R. Salvini,Lanfranco e Wiligelmo, Il duomo di Modena, Modena 1984, p.30. 3 – La circostanza appare tanto più grave per il fatto che tra i due vescovi, Benedetto e Dodone, pare ce ne sia stato un altro: Egidio I. Ignorato dai più. Anche lui morto improvvisamente, per la gioia dellincarico? 4 – Così A. Dondi in Notizie storiche ed artistiche del Duomo di Modena, Edizioni Aldine, Modena 1976, p. 13 : non pochi altari furono costruiti, non solo contro le pareti laterali ma ben anche contro le grosse colonne di pietra. Quasi una quarantina, ricorda Mons. Augusto Bergamini, (in La cattedrale di Modena, Modena 1985, p.22) indicando come inizio delle installazioni la seconda metà del secolo XIII. O prima? sospettiamo noi.