Quello dei furti (della cleptomania, pensa più appropriatamente Lorenzo) era stato per lui uno dei periodi più tristi e intricanti della sua vita; un periodo lungo e doloroso al quale (forse) sapeva che valore attribuire, o era meglio dire che forse non lo sapeva affatto, essendogli restato oscuro il senso più vero, profondo e totale del suo esser divenuto, di fatto, ladro di libri (ma anche di qualche atro piccolo oggetto da bancone di negozio o di magazzino: saponette, vaghe suppellettili, dolciumi, in una razzia malata, in un rischio costante che lo accendeva avvilendolo, lo avviliva miseramente, e luna cosa attizzava a dismisura laltra, così che il difficile era proprio riuscire a sottrarsi a quellaltalenare coatto, a quellondulare interminabile tra avvilimento e accensione, che manteneva dolorosamente – ma anche anesteticamente – nella condizione immobile di atipico ladro: cleptomane, pensò). Cleptomane: senza nessuna emozione nel dirlo, nel confessarsi tale, né nel compiere latto “perverso”: ma neutro, banale, obbligato (ormai indotto), arrischiato (questi sì: poco o molto arrischiato), spento (che lo spengeva), fatale e fatalisticamente condotto del sottrarre oggetti (libri e libri) da vari negozi. Da maestro, si, da grande maestro dastuzia, attento a schivare sguardi, a evitare accuratamente commessi, clienti, direttori, padroni docchi indiscreti. Attento e assorto allazione “divina” e fulminea: quella del prelevare con grazia e studiata lentezza un libro dal proprio scaffale, rigirarlo a lungo tra le mani, sfogliarlo, odorarlo, aprirne le pagine, forzarne un poco la costola, da di piega alla sua intonsa metà e poi, con azione impreveduta (ma preparatissima, acuminata al milionesimo di secondo), far passare lagognato oggetto nelle pieghe di un trench o nellincavo tra corpo e cintura o – più rischioso – dentro una borsa già folta di propri libri, cartelle e scartoffie preparati per la bisogna. Latto era stato ripetuto decine e decine di volte, eppure Lorenzo non avrebbe saputo neppure come motivarlo, come spiegarlo o descriverlo. Era – latto – connesso a una lieve caligine bruna; si stagliava al suo centro, al centro indistinto danima e corpo, là dove (forse) si respira, ma non aveva niente di fisico eppure, al tempo stesso, non si poteva certo dire fosse atto spirituale o psicogeno. Si trattava – meglio – duna coabitazione nel tempo fra laltro e sé; una combinazione improvvisa (e però prolungata nel tempo) di atomi fossili, mobili e immobili, che chi sa come era venuta, così chi sa come sarebbe scomparsa dalla propria esperienza di vita. Lorenzo sapeva solo che quella sera sarebbe entrato in quella libreria, deciso a farlo o a rifarlo; che avrebbe puntato a quello scaffale, avrebbe preso in mano a lungo quel libro (avendolo accuratamente prescelto) e che avrebbe poi compiuto, al punto giusto, al momento giusto (ma gli suggeriva qual era? quel passo, quel gesto. Del resto, che fare? A niente valeva, in quel tempo, sottrarsi. Tanto valeva, allora, infilarsi (cozzando la testa) nel grande budello fino ad allora ignorato, nel pigia-pigia, nel folto del furto, nella stretta insanabile duna furfanteria non sua ma accettata ed ammessa sino a quando durasse, sino a che se ne avesse loscuro bisogno. Come dun male necessario ignoto. Necessario quanto ignoto. Luna cosa almeno quanto laltra. Ora era febbraio e cadeva una piccola neve.