Non siamo americane, né abitanti di New York, e non conosciamo le vittime degli attentati compiuti negli Stati Uniti l11 settembre 2001. E non ci è mai capitato – e tanto meno siamo disposte a lasciarlo capitare oggi – di pensarci o dirci americane.
Per due buone ragioni.
Non accettiamo alcuna forma di identificazione nazionalistica.
E, anche se il discorso che domina in questi giorni – il discorso della politica, amplificato da media sempre più smarriti, servili e parassitari – spinge a pensare lAmerica (insieme alle sue periferie occidentali e orientali e allEuropa) come un corpo unico, compatto e sgombro da contraddizioni e conflitti interni, non siamo disposte a dimenticare che la caratteristica principale dellAmerica a stelle e strisce è di essere innanzitutto un luogo di difficili convivenze: nera, bianca, europea, araba, cinese, latina, russa, povera, ricca, cristiana, musulmana, ebrea, new age, democratica, repubblicana, laica, fondamentalista, capace – dentro e fuori casa – di grandi atti di democrazia, ma anche delle più feroci politiche di rapina, sfruttamento e sterminio.
Al più, dellAmerica, ciascuna di noi ha amato o respinto uno o più aspetti particolari.
Ecco perché, rispetto agli Stati Uniti, soffriamo tutte di quel mal dAmerica che comprende sia lamore e il desiderio sia la condanna e il rifiuto. Ed ecco perché non siamo disposte a fare nostro il copione di chi approfitta dello sgomento prodotto dai fatti dell11 settembre per costringerci a dichiarare e addirittura a sentire unappartenenza a un immaginario e monolitico mondo occidentale – leggasi Stati Uniti – che ha scatenato una guerra duratura (e per sua stessa ammissione sporca e, aggiungiamo noi, totalmente opaca) in nome della libertà e della sicurezza.
Ciò che sappiamo è che oggi, nel mondo che tutti insieme – occidentali, orientali, settentrionali, meridionali – abitiamo, la guerra non può che peggiorare la vita di miliardi di persone, tanto nei paesi più ricchi quanto nei paesi più poveri del mondo, e consentire ai pochi padroni della terra di ridistribuirsi aree geografiche, risorse e poteri.
Essa, che la si definisca guerra di civiltà o guerra al terrorismo, si risolverà semplicemente in un ennesimo brutale assestamento ai vertici, in cui nessuno può ragionevolmente credere che i poveri e i diseredati della terra, inclusi i tanti statunitensi sotto la soglia della povertà, riescano a riconoscersi o da cui possano trarre qualche vantaggio.
Denunciamo dunque questa operazione violenta che si sta tessendo a livello mondiale e la spericolata macchina del consenso che la sostiene.
Siamo infatti consapevoli non solo che lirripetibile identità e singolarità di ciascuna di noi è frutto dellintrecciarsi di molteplici esperienze e appartenenze cui non intendiamo rinunciare e che dettano il nostro sentire anche di fronte ad avvenimenti come lattacco terroristico negli Stati Uniti, ma anche che lesaltazione e il richiamo a ununica appartenenza si fondano, riproponendolo a livelli diversi (economico, culturale, sociale, politico), sullo stesso meccanismo che ha reso possibile la costruzione di un mondo in cui lunico soggetto riconosciuto e che si pone come universale – attraverso lesclusione delle donne in quanto altre o la loro cancellazione e inglobamento – è quello maschile.
Mentre gli speaker delle reti televisive di tutti i paesi occidentali commentavano eccitati, sproloquiando di scontro tra civiltà, la scena riproposta centinaia di volte dei due aerei che cozzavano contro le torri gemelle di New York, non potevamo fare a meno di pensare che quella era una scena virile, lo scontro di due simboli aggressivi e perfettamente speculari – la grandiosità dei due grattacieli e la potenza di due TIR dellaria gonfi di carburante -, non già lo scontro tra due universi simbolici diversi, due culture, due mondi antitetici.
Ogni politica di terrore armato, come quella che ha reso possibile quella scena, non solo fa strage di esseri umani inermi, ma distrugge coi loro corpi anche le diversità di cui essi sono portatori. Le due torri, gli aerei, il Pentagono contenevano donne e uomini in carne ed ossa provenienti da diverse parti del mondo, professanti religioni diverse, cittadini americani e clandestini senza diritto di cittadinanza. Troviamo rivoltante che quel campione della diversità del mondo rappresentato dalle vittime sia stato, nel discorso e nelle immagini, simbolicamente distrutto una seconda volta per dare forma a ununica identità collettiva che sotto le bandiere degli Stati Uniti, della Nato e persino dellONU difenda con la guerra lordine e le gerarchie del mondo ingiusto in cui viviamo.
Questa rimozione ci porta inevitabilmente a pensare a unaltra e grave cancellazione, avvenuta da anni sul corpo delle donne afgane, rese due volte invisibili – letteralmente estromesse dalla società – dal fondamentalismo dei loro uomini e dallinteressato disinteresse dei governi occidentali.
Ovviamente non verrà mai ricostruita con esattezza la catena di lunghe collusioni, di antiche e impensabili cooperazioni dettate dallinteresse economico e politico, di minute complicità che hanno reso possibili gli attentati negli Stati Uniti.
Sappiamo tuttavia con certezza che, se già nellultimo anno il governo israeliano di Sharon e i suoi sostenitori ci avevano familiarizzato allimpiego disinibito di termini come vendetta, ritorsione, rappresaglia contro popolazioni inermi (e alle azioni conseguenti), ora anche lodio, anzi lo schifo per laltro, a giustificare il quale si è spesa la giornalista Oriana Fallaci con una prosa che ricorda lugubremente quella della rivista fascista La Difesa della razza o certe cronache marinettiane della guerra di Libia, avrà nel nostro paese libero corso. Sono queste le parole che ricorrono oggi nei discorsi dei difensori dellOccidente, come dei guerrieri del terrorismo.
Non ci siamo dimenticate del brivido che ci percorreva quando ne sentivamo leco proveniente dai combattimenti nella ex Jugoslavia, mirati a separare con la forza, in nome di mitologiche purezze e genealogie, popolazioni diverse che fino ad allora erano in qualche modo riuscite a convivere.
Paola Redaelli, Maria Nadotti, Lea Melandri, Paola Melchiori (Crinali, Milano), Anita Sonego (Associazione per una Libera Università delle Donne, Milano), Maria Grazia Campari (Osservatorio sul lavoro delle donne, Milano)
Hanno aderito: Associazione Goap (Trieste); Associazione per una Libera Università delle Donne (Milano); Collettivo Donne e Diritto di Milano; Crinali Associazione di Ricerca, Cooperazione e Formazione Interculturale tra Donne (Milano), Redazione Il Grillo parlante (Verona); Fondazione Elvira Badaracco (Milano); Forum delle donne del Prc; Gruppo Soggettività Lesbica (Milano); Quaderni Viola (Milano); Unione Femminile Nazionale; Matilde Adorni; Anna Attanasio; Valentina Berardinone; Emanuela Bertoli; Silvia Bragonzi; Luisa Brogonzoli; Anita Calcatelli (MGC -CNR); Francesca Caminoli; Giorgia Cardini (LAdige, Trento); Eugenia Casini Ropa (DAMS, Bologna); Carmela Casole; Annamaria Cecconi; Cristina Ceci; Stefano Ciccone; Adriana Chemello (Università di Padova); Dinora Corsi (Dipartimento di Studi storici e geografici, Universita’ di Firenze); Alisa Dal Re (Università Padova); Monica Dallasta; Daniela Daniele; Teresa De Michele; Nadia De Mond (Marcia mondiale delle donne); Silvia De Zordo; Elena Del Grosso (Università Bologna); Annabella DElia; Cristina Degan; Paola Di Cori; Rosaria Di Costanzo; Antonella Di Vita; Donata Donati; Maria Teresa Falchi; Marinella Favero; Antonio Fazzini; Paola Fazzini; Gianna Foschi; Manuela Fraire; Paola Furlan; Jole Garuti; Maddalena Gasparini; Benedetta Gasperini; Mariuccia Giacomini; Letizia Gianformaggio; Francesca Granucci (Università Milano Bicocca); Parama Karma Devi (Paola Mosconi); Elisa Kidanè (Raggio, Verona); Rada Ivekovic; Raffaella Lamberti (Associazione Orlando); Chiara Lasala; Vanna Loiudice (Centro Documentazione e Cultura delle Donne di Bari); Betta Lodoli; Silvia Macchi (Università La Sapienza, Roma); Silvia Marceglia; Angela Marchionni (BEATRIX V.T. – Bologna); Anna Laura Mariani (Società Italiana delle storiche, Università di Cassino); Patrizia Mauro (ENEA-DIFF); Alessandra Mecozzi (Ufficio internazionale FIOM-CGIL); Anna Maria Medri; Claudio Meldolesi (Università di Bologna); Ornella Mich; Henriette Molinari; Elda Morandi (ORA!Donne per un movimento politico organizzato); Paola Morini; Liliana Moro; Luisa Motta (AceAonlus); Adele Nunziante Cesaro; Stefano Orsi; Costanza Panella; Ornella Pantano (Università di Padova; Comitato Pari Opportunità); Cristina Papa (Il paese delle donne); Maria Grazia Passilli; Daniela Pellegrini; Marilena Pelli (ORA!); Pia Pera; Franca Persia (ENEA – Unità Salvaguardia del Patrimonio Artistico); Cinzia Petracci; Agnese Piccirillo; Monica Pietrangeli; Luciana Pirè; Ambra Pirrì; Nicoletta Poidimani; Lucia Pomello; Giuliana Quattromini (presidente IDF Iniziativa Democratica Forense e vice presidente dell’Associazione Avvocati Europei Democratici); Paola Quattromini; Serena Raffa; Anna Rollier; Giovanna Romualdi (Il Paese delle Donne); Laura Ronchetti; Mariagrazia Rossilli, Anna Rota; Marta Rovetta; Tiziana Salmistraro, Maria Eleonora Sanna; Anna Santoro; Caterina Serra; Tannja Sekulic; Sara Sesti; Gabriella Seveso; Renate Siebert (Università Calabria); Giulia Sitton; Giorgio Sordelli; Franca Spirito (Il Paese delle Donne); Annamaria Tagliavini (Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna); Marì Taverna; Luciana Tufani; Ermenegilda Uccelli; Ines Vananzuolo; Valeria Vecchi; Megan Williams; Francesca Zajczyk.
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ultimo aggiornamento: mercoledì 17 ottobre 2001 10.48.32