Macerie, morti, occhi sgranati di bambini feriti, affamati, profughi coi poveri fagotti in cammino, paesaggi desolati, vento che porta polvere, domani sarà nevischio. Rileggo e medito i versi di Li Qingzhao, la poetessa cinese del XII secolo che mi è cara. Sento la straziante disarmata umiltà del suo appello al ”nobile ministro Han” al tempo dell’invasione dei Jurchen nella Cina del nord:
”Il duca Hu di virtù pura senza uguali in armonia con la virtù di mente abbia propositi di pace. (…) Il rumore dei carri rimbombava i cavalli nitriscono, forti e deboli tutti sono mossi al pianto. Nelle stanze femminili appartata, vedova, che posso sapere, ma con gocce di sangue scrivo questa lettera. (…) I discendenti degli avi ora migrati a sud conducono vita errante tra i profughi raminghi. (…) Come può il popolo piantare gelsi e canape, prigioniero, occupato a difendere le mura di città?”
Il protrarsi della guerra vuol dire nuove distruzioni, vuol dire fame, malattie, lacerazione e smarrimento di affetti, di radici, di avvenire. Vuol dire l’aggravarsi, l’incattivirsi delle disparità. Sono sempre i deboli, i poveri, i diseredati ad essere i più colpiti.