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FESTIVAL FILOSOFIA sulla felicità

Paola Colombini

Rifondazione autentica della felicità cercasi

Modena - Carpi - Sassuolo | 21 - 22 - 23 settembre 2001


Emanuele Severino introduce il suo pensiero su "Felicità e verità" premettendo, come altri prima di lui, che esiste una grave distonia tra il Festival dedicato alla felicità e l’attualità riferendosi ai drammatici fatti dell’11 settembre intravedendo però in questo il possibile successo di un pubblico così numeroso.Continua poi la sua interessantissima lezione indagando sull’origine della parola festival che ci rimanda a felicità e festa. Entrambe queste parole sono costruite sulla comune radice indoeuropea fe. La parentela tra la situazione festiva e la felicità ci rimanda alla dimensione divina. Festa significa sollevarsi al di sopra del dolore e della pericolosità della vita. Chi si solleva? Chi ama la festa, chi si rivolge al nutrimento originario. Continuando ad interrogare l’origine di queste parole vediamo che fe è anche la radice da cui deriva femmina, l’elemento che nutre.L’uomo felice, l’uomo festivo, si solleva al di sopra del pericolo perché ha coscienza del pericolo. Oggi ci sentiamo nella necessità di ripensare questo bisogno di sollevarsi. Si salva colui che è integro, incolume (che sta al culmine) che lascia il dolore sotto di se’. La festa è mantenersi al di sopra della vita rappresentandola. L’immagine stabilisce già una dimensione altra, che sta in alto, ma ciò che diviene necessario è cacciare il dolore con verità. Nella situazione mitica si vuole realizzare la festa della felicità, ma manca ancora il concetto che la felicità per essere autentica deve essere vera: la verità è il mezzo per raggiungere la felicità. Se la felicità è lo scopo della verità, allora è altro da essa, quindi la verità è guidata dalla non verità di conseguenza la felicità non è possibile. Per Aristotele la felicità si identifica con la teoria, la vera felicità è il filosofare (questo ci è detto nell’Etica Nicomachea). Originariamente la parola greca teoria significa appunto festa ed il teorema è l’elemento festivo, è il contemplato di chi si è elevato al di sopra del pericolo. Ciò che noi intendiamo come felicità diventa così il mezzo: si opera così un rovesciamento che nella storia si ripeterà diverse volte. Il cristianesimo interpreta la traduzione della verità greca come verità cristiana: la società buona è il mezzo per arrivare alla contemplazione della verità. Ma da questo quadro ci siamo oggi terribilmente allontanati. Oggi etica significa adeguazione dell’individuo all’immutabile svelato dalla verità. Anche l’esperienza cristiana è su questa linea. La verità cristiana è quella che deve guidare il comportamento degli stati e degli individui. Ciò avviene anche per l’Islam. Ci sono grandi parentele tra islam e cristianesimo: hanno la stessa radice filosofica, perlomeno per quanto riguarda il cristianesimo istituzionale. che poggia sulla filosofia greca di Aristotele attraverso il pensiero di S. Tommaso d’Aquino. Ma S. Tommaso è estremamente vicino ad Avicenna il massimo filosofo arabo rappresentante dell’islam. Questa grande dimensione della verità , oggi è coinvolta da una crisi che potremmo definire inevitabile. Nonostante la grandezza dei documenti della chiesa cattolica, essa non considera la filosofia degli ultimi 200 anni: non si può infatti liquidare come scetticismo banale e sterile nichilismo. Questa filosofia nega la possibilità di una verità eterna, di un Dio che costituisce la dimensione ultima del festivo. Il gigante della tradizione è abbattuto dal gigante della contemporaneità. La filosofia contemporanea non permette il ritorno ai grandi valori del passato: Nietzsche annuncia la morte di Dio. La tradizione oggi è venuta meno nei costumi sessuali, politici, artistici: non c’è più un’unica grande verità, anche sul piano economico. Se ci fosse un Dio avrebbe già riempito gli spazi vuoti con un atto creativo e non ci saremmo noi a tentare di riempire il vuoto con la nostra creatività. Quest’ultimo pensiero di Severino dogmatizza l’immagine di Dio senza ammettere la possibilità di nuovi spazi di ricerca per una divinità diversa da quella della tradizione. Comunque per Severino se la filosofia contemporanea ,o meglio una parte della stessa, distrugge l’idea di una verità assoluta, il futuro che ci attende non è quello cristiano, né quello islamico, ma è quello della tecnica. Dopo la morte del socialismo reale cade anche l’idea della felicità possibile ed assistiamo oggi al secondo rovesciamento in rapporto alla felicità. Se è vero che esiste un piano inclinato che porta da Dio , dalla tradizione, alla morte della verità, anche l’islam è destinato a tramontare. Ma perché questo piano inclinato? Le forze che intendono utilizzare la tecnica, finiscono inevitabilmente per servire la tecnica intesa come sistema economico, sociale scolastico, sanitario ecc. così si persegue l’idea di una felicità democratica, capitalistica, cristiana…ma qual è oggi il nostro rapporto con Dio? Come ci rivolgiamo a Lui? Gli chiediamo di salvarci, lo usiamo così per raggiungere la felicità. Ma l’uso di Dio da parte di mani deboli fa diventare debole Dio stesso. Il rapporto che abbiamo con Dio è lo stesso che abbiamo con la tecnica. Anche ad essa chiediamo di salvarci. Il cristianesimo, l’islam, la democrazia ecc. usano la tecnica per il loro scopo, per conseguire la loro idea di felicità, in questo modo la tecnica è resa debole dalla loro debolezza e queste forze entrano in conflitto. Il comunismo è crollato in Unione Sovietica perché la verità filosofica del marxismo intralciava l’apparato tecnologico e scientifico: la “verità” intralciava il funzionamento della tecnica. Quando le forze politiche o religiose prendono coscienza di non poter intralciare lo strumento di cui si servono, collassano. La disumanità della tecnica è data dalla discrasia tra la tecnica e l’ideologia che se ne serve. Ma l’autentica felicità è quella che promette la tecnica? Il profitto potenzia il mondo della tecnica e quando si sarà operato questo rovesciamento, quando cioè saremo giunti al paradiso della tecnica, essa dovrà rendere conto di sé e della felicità che promette, l’uomo scoprirà di essere giunto all’inferno perché mancherà l’unico che non potrà essere presente: la verità. Andiamo verso un tempo in cui i popoli tutti devono interessarsi della verità legata alla felicità. Manca ancora quella voce che, alla luce delle riflessioni di Severino, non può essere una religione, una filosofia o la tecnica, per rifondare l’autenticità della felicità.

Modena, 22 settembre 2001


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